Sul coraggio di Essere




In molti conducono una vita, in apparenza, felice e soddisfacente; millantano serenità, ignari di cosa si provi davvero in condizioni beate, ma hanno paura delle scelte altrui, della libertà delle coscienze. Credono che il loro percorso di vita sia l'unico possibile e, in virtù del proprio razionale razzismo, proteggono strenuamente i propri privilegi al solo scopo di escluderne l'accesso agli altri. Hanno paura di una voce fuori dal coro, di un'idea diversa che possa minare le fragili basi della loro affermazione.

Il coraggio di volersi conoscere, di Essere, orgogliosamente, è l'atto più anticonformista di sempre.

La libertà dell'animo produce inimicizia: viene emarginato chi non condivide la versione ufficiale, perché il suo dissenso testimonia che esiste un'altra corrente di pensiero, è possibile un altro stile di vita, non solo possibile ma felice. I disobbedienti alla società, ma fedeli a se stessi, catturano l'attenzione perché sono felici. E la felicità dei liberi sta nel conoscersi, amare il proprio Io e rispettarsi, anche di fronte alla solitudine e alla derisione.

C'è sempre un momento in cui, per fortuna, ci si libera con coraggio del pensiero comune e si da fede al proprio intuito. Bisogna sempre chiedersi "Ed io? Cosa ne penso? Perché mi vien detto di pensarla così? Qual è il mio vero stato d'animo? Se gli altri la pensassero diversamente, seguirei comunque la nuova corrente?".

Quanto coraggio ammettere che non siamo nati per essere perfetti, che a tutti è concesso di fallire, che tutti abbiamo il diritto di cadere, e per nessuno di questi motivi dovremmo sentirci uno scarto.
La società è cattiva maestra: ci da illegittima autorità e impropri strumenti per giudicare ma non ci incentiva ad aiutare gli altri, e quindi noi stessi, a rialzarsi; è schematica, non fornisce nuove opportunità, non tutela l'unicità della persona, dando per scontato si possa essere ricordati per un incidente piuttosto che per le meravigliose sfaccettature che ci compongono. Dovremmo avere più paura di giudicare gli altri che rifiutare nuovi punti di vista. Solo dopo esser caduti possiamo avere nuove opportunità di ricominciare. Rifiutare l'errore ci rende meno umani. E attraverso questa improba ricerca di standard imperfetti, coniati dal nulla, siamo sicuri di essere all'altezza di noi stessi? Può aiutarci il prestare attenzione al proprio intuito, alla voce silenziosa della verità, avendo il coraggio di rimanere anche quando ci rivela aspetti inusuali o sgraditi del nostro essere. E' difficile ma fondamentale, avere il coraggio di dare valore a noi stessi, sopratutto quando le nostre opinioni non sono quelle della maggioranza, trovare il coraggio di non tacere quando assistiamo a ingiustizie, sopratutto quando non ci riguardano direttamente.

Le realtà quotidiane, quelle che noi diamo per scontato, sono curate da personaggi silenziosi, abili a sparire senza far rumore, dopo aver lavorato duramente senza ricevere premi o encomi. Mai in panciolle, non attendono direttive o istruzioni: ad ogni problema, si attivano con celere solerzia.
Chi urla, enfatizza, esaspera esaltandosi, è un bisognoso; i suoi proclami sono invocazioni di aiuto. Ha bisogno di tirarsi fuori dal baratro di inutilità in cui è rovinosamente scivolato inseguendo false chimere. Al fare preferisce l'auto celebrazione; alla tolleranza, una munifica esaltazione del nulla cosmico che ha scelto come stile di vita. Anzi, sulla loro insofferenza, sulla paura di essere detronizzati, sull'odio, molti hanno costruiscono le proprie carriere: sono disposti a tutto, smentire anche se stessi se necessario, per raccogliere tristi consensi e popolarità. Se riuscissero a tacere, solo per qualche secondo, se cercassero di aprire davvero la mente, quanto nulla, quanta miseria, quanta fretta di sfuggire a se stessi. Da un'infruttuosa esistenza non c'è via di scampo: criticare gli altri e circondarsi di sostenitori sono comodi placebo.
E' strano, invece, come la sensazione di sentirsi utile ripaghi più del tempo si sarebbe potuto dedicare ai propri affari; anzi, sembra che più tempo si trascorra non pensando a noi stessi più riusciamo a volerci bene. Non deve essere motivo di vergogna lavorare o dare il proprio contributo in silenzio, quasi si fosse invisibili. Meno fanfare ci rendono felici.

Il calcolo, l'utilitarismo, l'indolenza hanno soffocato il nostro istinto di Bene. E' difficile pensare bene di qualcuno, allontanare da noi i pregiudizi, chiedersi cosa ha spinto un tale all'azione piuttosto che giudicarlo. Il male attrae, vende bene; e noi continuiamo a stimarci meno di niente, tanto da sottostare alle logiche dell'immondo mercato di dolore. Siamo consapevoli che questo non ci rende felici, ma con impegno straordinario, dissimuliamo con un sorriso diabolico.
Non possiamo indossare maschere ed abiti improbabili all'infinito, dimenticandoci dell'unico completo adatto a noi, l'unico che possediamo veramente e che non abbiamo mai portato con orgoglio. Non dobbiamo esibirlo con ostentazione, ma viverlo, semplicemente. Tallonare esempi negativi, ci ha privato di coltivare le nostre migliori risorse.
Quante piccole gentilezze, quanti fugaci momenti di tenerezza ci siamo lasciati sfuggire, presi dalla crudele indifferenza che ci circonda. Quanto sarebbe appagante essere liberi e coraggiosi nel non lasciarsi appiattire dalla cattiveria? Ricordare che non è il Bene ad essere debole ma lo diventiamo noi quando lo operiamo senza troppa convinzione? Ci siamo dimenticati di quanto potremmo essere in grado di donare, persi a capire quanto potremmo procacciare a noi stessi. Cambiano le giornate, persino intere esistenze, tenerezze e bontà d'animo. Il Bene ha il tratto dell'eternità: è una traccia, non è mai un'azione conclusa. Da un piccolo gesto, una concatenazione di eventi che creano benessere diffuso. Dal singolo alla moltitudine: è il modus operandi del Bene, una cascata vivificante.

Ogni gesto gentile non è sprecato; esso concorre alla nostra felicità, prima che a quella altrui. Quindi, se non si vuole essere buoni per motivi altruistici o per pigrizia, che lo si diventi per egoismo. Praticare la Bontà è l'unico gesto egoista che si possa ammettere.




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