Dell'imperituro e dell'antisocial networking





Non aspetto la fine di una sessione di studio, di fitness, di raccoglimento, di shopping, di meditazione, neppure l'inizio di una nuova stagione di vita o climatica, e non guardo il mio registro chiamate, le ultime notifiche di What'sApp, l'estratto conto.

Io, il bilancio della mia vita, lo aggiorno in ogni momento, stilando con cura il nuovo ordine del giorno, eliminando le consuetudini desuete, depennando appuntamenti e relativi interlocutori.

Le poche ed impercettibili costanti che, durante un noioso momento circondato da persone, si sono manifestate con lapalissiana ovvietà, non mi hanno, poi, stupita: personificazione dell'astio verso il vittimismo, estrema discrezione, prodigalità e fiducia in generose quantità, devozione alla gentilezza e all'educazione (civica), pessimista per ottimismo, spiccata propensione al perdono, ricerca senza fine del Bene insito in ogni gesto della vita.

Regole. Brevi e semplici. Principi per i quali non devo ringraziare nessuno. Norme di cui mi sono appropriata. Mi sono impartita l'educazione che mi sarebbe piaciuto ricevere (non credo sia possibile esprimere il mio rammarico in tutta la sua dolorosa estensione verso chi, pur avendone avuto un fulgido esempio genitoriale, ha scelto un altro più sregolato cammino).

Questi principi mi permettono di essere libera, di scegliere e di essere felice.

E questi, benché vengano continuamente sottoposti a modifiche, per permettermi di vivere in modo più consono alla realtà che mi circonda, rimangono imperituri nella loro essenza.

In base a questo mio continuo desiderio di aderire al modello di vita che ho scelto, sono libera di poter godere di un bel tramonto, della vista dei pettirossi che si riposano sul poggiòlo di casa, del meraviglioso anello (anche stavolta rifiutato) di fidanzamento provvisto di abbagliante pietra preziosa e accessoriato di, almeno, altre venti pietre preziose di dimensione minore, senza tenere il cellulare in mano per immortalare ogni momento, come se il tramonto, i pettirossi e l'anello perdessero d'importanza o in bellezza senza l'immancabile scatto.
Come se le fotografie legittimassero il momento, come se la condivisione sia la prova, vera, ultima ed incontrovertibile che tutto ciò sia successo, che sia realmente accaduto.
Che si sia veramente stati felici NON può e NON deve dirlo una fotografia, un RT, un like, un cuore.

Non abbiamo -e non dobbiamo aver- bisogno dell'approvazione o dell'altrui consenso per vivere esperienze emozionanti. 

Così come, per uscire di casa e per incontrare l'anima gemella, non abbiamo e non dobbiamo aver bisogno di aggregarci a qualsiasi stupido gruppo presente nei social network, di stalkerare compulsivamente profili e fotografie immateriali, composti solo da milioni di bit, cercare di contattare chiunque attraverso la messaggistica privata per intrattenere una conversazione o scrivere un complimento che pubblicamente, per paura del rifiuto o di essere scoperti dal compagno/a, non si ha il coraggio di fare.
Per essere ascoltati e condivisi, non è necessario elemosinare un like o aggregarsi e fare cartello per eliminare la concorrenza. Sarebbe interessante ricordarsi com'era semplice e autentico parlare senza immettere nella comunicazione percentuali, termini di marketing ed allusioni lascive.

Lasciamo che le relazioni umane siano parallele ma scisse da quelle che intratteniamo per lavoro e per interesse, anche sessuale. Abbandoniamo, per un attimo, solo per provare come ci sentiamo, le sovrastrutture che si illudono di rendere significativo anche l'essere più insignificante dal punto di vista umano.

Liberiamoci da questa voglia di piacere a tutti i costi sui social ed essere, in realtà, individui dalla mediocre personalità nella vita quotidiana


Dovremmo pensare più all'essere, mentre continuiamo a glorificare l'apparire. 






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