De Solitudo. 1




Tiepido inverno. Trench beige. Un grande raccoglitore blu. Le solite scarpe.

La sala d'aspetto era davvero squallida. Dipinti in stampa trovati in qualche rivista. Attraverso il vetro poteva distinguere la piega al centro, mal stirata, ed un piccolo foro creato dal punto di spillatrice mentre un'annoiata assistente lo strappava. La cornice era scadente. Blu laccato, sottile.
Anche lo spazio era piccolo e disorganizzato. La finestra aveva sempre le imposte chiuse, i faretti non illuminavano abbastanza, gli arredi erano stati scelti fra vecchi mobili di cortesia, forse acquistati ad un'asta fallimentare di una modesta azienda locale. Forse
Poltrone basse, alcune di stoffa. Scomode. Aveva immaginato un cartello, posto al di sopra, che ne sconsigliava l'utilizzo alle persone di altezza pari o superiore al metro e settanta.
Il cartello non c'era.
Aspettava sempre. In media dai venti ai sessanta minuti. Gli appuntamenti, invece, non duravano più di dieci minuti.
Eppure lo pagava più di quanto si potesse permettere. E non parlava mai. Non dava mai soddisfazione. Aggiornamenti e denaro. Le uniche parole che sapeva pronunciare, l'unico contatto con la lingua italiana e con i suoi interlocutori.

"Prego" . La nuova praticante era bassa, con lo sguardo assente. Cardigan con bottoni di finta madreperla, occhiali spessi con montatura marrone chiaro maculato tartaruga, capelli castano scuro con piccola frangetta. Segni dell'acne. Il colore degli occhi era pressoché indefinibile. Le voltò le spalle, senza accompagnarla e trascinò i piedi per i quaranta interminabili centimetri che separavano la porta dalla sua scrivania.

L'ultima cosa che vide prima che la porta dello studio si fosse richiusa dietro le sue spalle fu una libreria incassata nel muro, con vasi di finte piante grasse e qualche cornice in silver senza fotografie.






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