Sulla Felicità in breve.




All'idea comune di felicità mi abituo in fretta.
Pigrissima, trascorro giorni interi in camere di case non mie o di alberghi, a farmi raccontare delle paure, delle famiglie, dei sogni. Prometto amore eterno, giuro di non voler fare nient'altro se non guardare i suoi profondi occhi, non avverto la fame e la sete, mi impongo di non riordinare, riuscendoci da vera professionista.

Poi, c'è la Felicità. 
Piango. Mi addoloro per essermi abbandonata ad uno sfogo. Piango dentro. Quando le condizioni sono pessime, mi ingegno. Sono viva se devo risolvere problemi, se il mio agire è di utilità a qualcuno o qualche scopo. Quel lieve, insistente, virtuoso morire dentro per essere grati di respirare ancora. La sfida di essere sempre buoni è una generica sconfitta se paragonata a quella di esserlo sempre con noi stessi. Non riesco ancora ad accettare di essere fallibile, e questo mi fa vivere di più, per smentire la ragione o per capire la lezione e riuscire a gettarmi dietro le spalle l'insoddisfazione. 

Mi faccio burla delle paure che la mente si diverte a creare, augurandomi le difficoltà per una vita migliore, consapevole, felice.




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