Responsabilità Umana




Warning. E' uno scritto verboso, tedioso, un dialogo maieutico di infima qualità. Solo per pazienti e coraggiosi.

Di r. civile, extracontrattuale, amministrativa, politica penale, sociale, ambientale, ne sono pieni le mie librerie, le tribune elettorali, i disclamers, i contratti, le minute ed insidiose note a margine, i trattati etici, tristemente redatti da stagisti precari e sottopagati, delle grandi multinazionali, gli statuti delle fondazioni, che agiscono per assicurarsi cospicue detrazioni fiscali il bene comune, e delle associazioni che, amabilmente, declinano.

In queste interminabili giornate ho sperimentato il distacco volontario dalla scrittura sul blog. L'aver preteso e rivendicato la responsabilità assoluta di questo spazio ha cambiato radicalmente anche il modo di esprimere il mio solito male di vivere.
Sono conscia delle grandi possibilità di espressione che l'essere trasparente mi ha negato, ma non rimpiango l'anonimato. Avessi voluto mendicare visite, in modo manifesto, avrei scritto delle misere vicende umane quotidiane che sconvolgono la mia anima e mi impongono la revisione continua di comportamenti considerati evoluti.
La mia opinione è sempre stata esente dalle solite convenzionali sovrastrutture. Il libero e prezioso coinvolgimento di eventi e di altre persone è sempre stato protetto. La protezione di eventi e persone è importante ed indispensabile solo per assecondare e rendere felice me e la mia morale. Spesso, i topoi delle mie considerazioni sono persone dal comportamento deprecabile, ed eventi che detesto. Quindi, ogni mia valutazione, seppur generica, è sempre fortemente critica o semplicemente indirizzata verso una situazione o un sentimento o un comportamento particolare.

Oggi è la mancanza di responsabilità umana, filiale, etica e morale da parte delle famosissime aspiranti persone (leggasi: chi non è responsabile non è una persona).

Le mie ricerche sono state brevi. I testi a disposizione esigui sia per numero che per nozioni, e internet, come noto, non è il luogo adeguato per poter svolgere indagini accurate. E' stato poco incoraggiante non trovare corrispondenze fra responsabilità ed etica, famiglia, morale, amore, com-passione. Ma le esperienze, cari i miei trepidanti lettori, sono state talmente numerose ed avvincenti, da consentirmi alcune riflessioni.

Il dizionario di Filosofia (uno dei soliti testi che gli insegnanti del liceo fanno acquistare per sembrare più intelligenti, ma che in realtà rimane chiuso fin quando il percorso di studi obbligatori non viene concluso, riflettendo così, non solo la spocchia ma anche l'ignoranza di tali esseri "superiori") mi rimanda ad una nozione poco etica e molto giuridica "Si dice responsabile la persona che è consapevole dei propri atti e che prevede le conseguenze delle proprie azioni, anche perché di essere può essere chiamata a rendere conto a qualcuno". Ovviamente, si affretta ad aggiungere il curatore, "la R. presuppone la libertà dell'agente e un CERTO GRADO DI CAPACITA' DI VALUTAZIONE".

Obbligatorie una pausa e qualche interrogativa.

Cos'è per l'agente la libertà? Conosce i suoi diritti, ma sopratutto i suoi doveri nell'esercizio di essa? Come si valuta la capacità di valutazione dell'agente? Su quali criteri deve basarsi il suo metro di giudizio?
Giuridici? Il mio solo limite è la legge.
Utilitaristici? Il raggiungimento della mia soddisfazione è il solo fine.
Assolutistici? Adeguo il mio comportamento ad un modello ideale di bene senza avere alcun obbligo morale.

Lo studio potrebbe, poi, continuare con l'abuso del termine R. da parte di politici nei loro discorsi alla nazione e nei loro programmi elettorali. E ancora con la fantasiosa interpretazione degli uomini di potere, i quali giammai risponderebbero del loro operato, come gli irresponsabili giuridici, dei qualsiasi incapaci naturali o degli onorevoli incapaci nell'esercizio del loro mandato.
Ma anche in questo caso, il concetto di responsabilità "umana" non è sviluppato in modo adeguato.

Nella quotidianità siamo a contatto con decine di persone di cui conosciamo pressoché nulla. Parliamo, lavoriamo, viaggiamo, stipuliamo accordi, sottoscriviamo contratti. Ma, anche quando abbiamo raggiunto un certo grado di familiarità con una determinata persona, non sappiamo mai quale sarà la sua reazione nel momento del bisogno, se sarà in grado di "prevedere le conseguenze naturali dei suoi atti" e di agire secondo l'etica della Convinzione o l'etica della Responsabilità. Cito, a proposito, uno fra i miei storici/filosofi preferiti, Max Weber, perché ha saputo dare una distinzione meno generica ai sentimenti connessi all'azione etica. Emblematico questo passo tratto da "Il lavoro intellettuale come professione":

Se le conseguenze di un'azione determinata da una convinzione pura sono cattive, ne sarà responsabile, secondo chi si regoli attraverso l'Etica della Convinzione, non l'agente, bensì il mondo o la stupidità altrui o la volontà divina che li ha creati tali.
Questo concetto non vi sembra familiare? Non vi ricorda i soliti "scarica-barile", "io non c'ero", "io non ne so nulla", "il cane ha mangiato i miei compiti", "sei tu che non mi capisci", "l'ho fatto per il tuo bene"?  Il filosofo-"ambientalista" H. Jonas, riprendendo Weber, ribadiva "(...) non è più tempo di etiche delle convinzioni, che sono etiche individualistiche, per le quali ciascuno ha a che fare solo con la propria coscienza".
Gli inconsapevoli agenti, che valutano la realtà secondo l'Etica della Convinzione, non devono preoccuparsi né dei mezzi, né delle conseguenze connesse alla realizzazione delle loro azioni. Bisogna comprenderli, poverini, dar loro sostegno e comprensione. Ciò che importa è il pensiero.

Chi, invece, ragiona secondo l'Etica della Responsabilità tiene conto di quei difetti presenti nella media degli uomini. Egli (...) non si sente autorizzato ad attribuire ad altri le conseguenze della propria azione, fin dove doveva prevederla. Costui dirà "queste conseguenze saranno imputate al mio operato". 
Parliamoci chiaro. Oggi è raro trovare persone che agiscano responsabilmente e che, con serenità, possano affermare ed accettare di avere "colpe".
La società della perfezione ci impedisce di vedere oltre alla nostra figura, non ci insegna a riflettere nello specchio la nostra interiorità. Guardarsi, se abbiamo dimenticato il valore dell'altro, delle nostre azioni, della nostra vita, non ha più senso.
E' insensato pretendere che se ne occupi qualcun altro. E' insensato abbandonare i doveri più sgradevoli. E' insensato non utilizzare le nostre risorse per rendere felice qualcun altro. E' insensato finge di dimenticare i propri obblighi morali.

La Responsabilità umana è, prima di tutto, cercare di essere degni della nostra intelligenza, non delegare, agire senza rinnegare le proprie scelte, ma anche tacere, riflettere, scusarsi, adempiere ai propri compiti CONCRETAMENTE, esporsi, non restare a guardare.

Le mie esperienze urlano la necessità di buona volontà. Basterebbe sentire amore, essere dignitosi o, quantomeno, dedicarsi ed educarsi all'aiuto e al rispetto degli altri.


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