He. Old Stories. 8





Il filippino aveva dimenticato di mettere ordine nel mio rifugio anarchico. Le catene erano sul comodino. Andai di sopra a prendere i soldi che mio padre aveva nascosto. Indossai i miei jeans firmati, le converse e il giubbotto di pelle. I capelli mi stavano abbandonando ma ero sempre interessante e comunque dimostravo meno della mia reale età. Gli occhi pesti, il viso stropicciato, il corvo alle mie spalle.

Mi telefonò. Sei in casa? Perché?
Nonostante dovessi uscire, quella visita inaspettata non mi irritò. Abitava vicino casa mia, sarebbe stata lì in dieci minuti.
Parlava molto quando doveva allontanare momenti, silenzi, argomenti. A stento quando aveva fretta. Mi piacevano molto i suoi silenzi, le sua mani intorno alla mia bocca, gli occhi chiusi a scrutare la mia anima. Il mio ambiente, il buio, i segni della mia pelle non sembravano intimorirla. Le sue parole erano una sfida che il mio cuore non voleva accettare.

A che ti servono quelle catene?
Sono un soprammobile.
Hai le segrete?
Cosa?

I tuoi non ti hanno mai visto in questo stato?
No, sto attento a non farmi vedere. Ho un altro ingresso.
Cosa stavi ascoltando?
I Cure.

...looking for the victim shivering in bed, searching out fear in the gathering gloom... quietly he laughs shakings his head creeps closer now closer to the foot of the bed... 

No.
Perché?
Non posso e non voglio, lo sai.
Allora perché sei venuta?

don't struggle like that or i will only love, you more for it's much too late to get away or turn the light on...and i know that in the morning i will wake up in the shivering cold...


Il filippino bussa alla mia porta. Sono le undici ed io sto sognando. Lo caccio via. Cerco di recuperare il sogno, il suo corpo, le mie mani, i suoi fianchi. Le fantasie si susseguono, disperate, alla ricerca dell'epilogo perfetto.

Mi alzo con il mal di testa. Prendo un boccale da birra e lo riempio di grey goose. Che giovedì di merda.





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