Sul perfetto incivile




Non rinuncio a dare una carezza al cane rabbioso che mi ha appena morso, se i suoi occhi sono permeati dalla devastazione che solo la solitudine e una vita votata all'infelicità possono donare. 

La mia mano è sempre tesa verso chi si è espresso senza aver avuto rispetto della mia sensibilità, se le sue parole a stento celano la rabbia e il rancore verso traumi del passato che non ha ancora risolto e probabilmente non risolverà mai. 

Sorrido con amarezza ma non giudico, giacché avere la serenità interiore per assorbire i colpi con grazia la ritengo forse la mia unica dote. Non rinfaccio, non mi altero, non rispondo per le rime. 

Ragiono con calma, a voce così bassa che mi tocca ripetere le stesse frasi più volte, e Dio solo sa quanto io detesti ripetermi, ma non riesco ad avere un tono di voce decente quando assisto al disadorno spettacolo del cattivo gusto di un animo sventurato. 

Eppure, mi sconvolge scoprire con quali fantasiosi modi la gente giustifichi la sua mancanza di educazione. 

"Dico sempre quello che penso" è il luogo comune preferito del perfetto incivile.

Spesso, si accompagna ad altri leitmotiv che chiariscono il grado di rozzezza del candidato:
- sono fatto così: o mi si ama o mi si odia
- non credo di poter cambiare alla mia età
- se mi si accetta così, ok, ma io non mi snaturo
- la gente dovrebbe fregarsene di quello che dico anche se ho ragione e lo sanno anche loro
- dovrei forse essere ipocrita?

A quest'ultima domanda retorica, anche se non sarebbe necessario, vorrei provare a dare risposta.

Non essere ipocriti comporta, innanzitutto, non esserlo con se stessi. Chiedersi se i propri pensieri, le teorie, le convinzioni siano effettivamente intelligenti e degni di essere condivisi; se tutto ciò che ci passa per la testa non sia pronto all'uso, anzi, abbia bisogno di una leggera revisione per essere quantomeno comprensibile agli altri. Provare a pensare che effetto avrebbero su di noi le opinioni altrui sulle questioni più insondabili e private della nostra vita. Come ci sentiremmo punti sul vivo delle nostre vergogne o paure più grandi? Siamo disposti a permettere che una persona si senta così a disagio per causa nostra, della nostra inciviltà, del nostro poco acume?

Non essere ipocriti non equivale, di certo, a riversare addosso agli altri, anzi, vomitare giudizi affrettati, inutili, senza che nessuno, peraltro, ne sia interessato, ne abbia fatto richiesta, dia peso alle tue parole.

Non essere ipocriti non è affatto antitetico rispetto ai concetti di comune decenza, garbo, civiltà. Anzi, per dei soggetti così ottusamente orgogliosi della loro natura, sarebbe più stimolante riuscire ad incanalare la propria furia in deliziosi tentativi di auto ammaestramento, come fossero dei piccoli cuccioli da rieducare.

Non essere ipocriti vuol dire essere liberi di pensare ciò che si vuole senza tediare l'altro con le proprie opinioni velenose o mantenendo comportamenti scortesi.


Riesco sempre a mantenere un filo di voce. Far cambiare idea non è il mio scopo. Non spiego mai del tutto i miei pensieri. Preferisco restare in silenzio, ammirare il paesaggio, perdermi in un insulso particolare dell'ambiente in cui mi trovo: il disordine imperante della stanza, il portaoggetti sozzo di cenere, il parka sdrucito di un bimbo.

Forse, è un atteggiamento che può apparire sciocco, privo di carattere. Provate, però, a chiedere a chi non è nato con un carattere così apparentemente mansueto, quanto sia difficoltoso riuscire a domarsi, quanto spesso sembri un traguardo irraggiungibile cambiare il proprio modo di reagire. C'è più forza in un sorriso stretto fra i denti che in una sonora sberla; essa, la Forza, risiede nella serenità con cui ci si appresta a mettersi a letto tutte le sere, nella propria coscienza, nel sapere che si sia fatto di tutto per essere all'altezza dei nostri valori, per essere oggetto di emulazione, per dimostrare a noi stessi che c'è sempre un'alternativa.

Poi, saluto con frettolosa leggiadria, augurando di vero cuore un rinsavimento e tutto il Bene che può sperare, e svanisco. 

Giacché, scappare o meglio il ghosting, oltre ad essere una mia proprietà intellettuale, è lo stile di vita che mi riesce meglio.





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