Anal Anagni



Sembrerebbe tu mi abbia schiaffeggiata.

No. Non siamo a letto. No. Non stiamo scherzando. No. Non hai la confidenza necessaria neppure per sfiorarmi accidentalmente.

Eppure, le tue dita sono contemporaneamente dentro la tua tasca destra e sul mio viso. Le hai nascoste, ficcandole dentro, fulmineo, quasi non sia successo alcunché. Un lampo. Fiat! Forse che mi sia confusa?

No. Sono proprio qui. Perfettamente riconoscibili. Quasi incise. Tremende. E, piuttosto che difendermi, assestarti uno di quei colpi perfetti che possano mozzarti una o più falangi, mi sorprendo a meditare sul fetido odore della tua mano. Letame. Purissimo e costosissimo sterco del demonio imbottigliato con cui ti sei amabilmente innaffiato perfino il deretano.

In fondo, me l'avevi detto di essere un tipo molto generoso, anzi, che la generosità era proprio il tuo più grande difetto. Avrei detto l'insistenza, quando ritrovavo le tue mani esattamente dove con estrema gentilezza le avevo allontanate proprio un istante prima. Oppure, la saccenteria con cui mi spiegavi i motivi per i quali l'intero universo avrebbe votato sì al referendum. E ancora, e stavolta ne converrai, l'estrema sicurezza in te, con la quale cercavi di convincere la gente che anche se fossi nato da una famiglia di straccioni avresti avuto lo stesso le quattro residenze al mare e le innumerevoli auto sportive ad adornarne gli assolati patii. Perché tu meriti tutto e di sicuro anche di più.

Sì, dovevo proprio aspettarmelo un dono da parte tua. Che sciocchezza la modestia! Dei tanti baci rifiutati, potevo accettarne almeno uno. Tributargli i giusti onori, come si conviene ad un mirabile gesto divino. Dovevo ricordarmi che eri sì divinità della prodigalità ma, al contempo, esercitavi il tuo imperio sprovvisto di qualità altrettanto celestiali, come l'educazione o la creanza, giusto per citarne qualcuna di poco conto.

L'assenza di rimorso nei tuoi occhi non mi stupisce. No, la guancia che vibra metallica riesco benissimo a gestirla.

Il voler nascondere la bestia che celi dentro. Fingere che non sia stato. Quelle scuse biascicate a mezza voce, senza un briciolo di convinzione, quasi infastidito nel dover farfugliare un abbozzo giustificatorio, espressioni dalla gentilezza approssimativa.

Perché, insomma, rifiutare così un ragazzo del suo calibro... Non cedere neppure quando, sfinito dalle continue fughe, ti tende un agguato coatto bloccandoti romanticamente fra la ringhiera bassa e il suo corpo, come per farti capire o me o la morte, e tu, in quel preciso istante, senti di aver già rivalutato la morte. Ma ti sembra il caso di far tanto la preziosa?

Infine, l'accomodamento. Quella frase che ti riempie di botte e schiaffoni, come solo le parole sanno trafiggere, umiliare, ferire, mortificare, squarciare...

"per farmi perdonare, posso regalarti una borsa, una vacanza ma dormiamo insieme eh, oppure posso fare una donazione a quei poveri neri con cui ti piace tanto passare il tempo..."

Mi sa che, tra le tante gioie quotidiane, non ti aspettavi la vittoria del no. E neppure la mia querela.


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