L'infelicità generale




Quando le cose si mettono in posizioni ostili, avverse, sconvenienti, io non fuggo più. 

Nell'ultimo anno, non so quante volte ho cominciato una discussione con questa frase "Partiamo dal presupposto che io sono una persona fortunata".

Perché io, fortunata, lo sono e lo sono stata, davvero.

Nel pianto, nell'incomprensione generale, nel dolore, nelle perdite, nella malattia, nel disagio, nella solitudine, nell'abbandono, nel distacco, ho sempre saputo di essere privilegiata.

L'istruzione, l'educazione, il ceto sociale, non hanno alcuna importanza. Leggo laureati in medicina che non sanno usare il congiuntivo, di rampolli che sperperano in cocaina i propri averi.

Vedo, quotidianamente, costantemente, incessantemente, gente che, appena inizia a guadagnare un po' di denaro, impazzisce; uscendo fuori tutte le sere, chiamando amici degli sconosciuti con cui non ha nulla in comune, accessoriando con freddi materialistici status il proprio triste quotidiano.



Famiglie umili e rispettabili che, con grandi sacrifici, hanno investito sui propri figli, adesso osservano con sconcerto l'orribile prole, risultato ottenuto attraverso indulgenze, permissivismo e concessioni.

E questi individui, cresciuti a pane e capricci, adesso sono infelici. Soffrono interiormente per problemi legati all'insoddisfazione. Cercano improbabili soluzioni in scorribande serali, sessioni di yoga, nell'accesso ad organizzazioni e sette, nell'acquisto di oggetti cult. Scrivono di argomenti poco importanti, cercano di ritagliarsi un posto nel dorato mondo del potere e non lasciano spazio a nessuna attività che possa veramente soddisfarli. Si impegnano così tanto per fingersi vittime tanto da credere di esserlo davvero. 

E' il caso di dare ai bambini tutto ciò che chiedono?
-No. Recenti studi scientifici dimostrano che soddisfare le richieste incessanti dei bambini li rendano infelici, nervosi, ingestibili e con gravi problemi di concentrazione.


E' il caso di stare ancora a compatire chi ha tutto ciò di cui ha bisogno (salute, intelligenza, educazione, lavoro)?
-No. Continuando a foraggiare la fantasiosa mente di chi non vuole fare nulla per essere una persona migliore e felice, si contribuisce alla sua infelicità. 

L'unica cura che conosco per questo tipo di patologia immaginaria è il figurato "calcio in culo" ossia prendere coscienza dell'Essere e del saper vivere una Vita Vera.


Dosi massicce di volontariato, per capire chi sono le persone bisognose e quali sono le cose davvero importanti e necessarie nella vita; occuparsi attivamente dei propri genitori, rispettare le più basilari norme di educazione civica; corrispondere liberamente dei propri privilegi per restituire alla vita e alle persone che stanno loro accanto un po' di fortuna; studiare la Riconoscenza; educarsi alla gentilezza; capire che rendere felici gli altri è una delle gioie più grandi che la vita possa regalare. 

Di solito, chi segue queste semplici indicazioni, vuole davvero cambiare vita: oltre a diventare una persona migliore, si ritiene felice e pienamente soddisfatto della sua vita.


L'egoista, invece, ha già fatto la sua scelta e nessuno può ostacolare la sua corsa verso l'infelicità. Neppure il vero amore dei genitori o della persona cara. Neanche la perdita del posto di lavoro. Nemmeno cercare la religione o un'alternativa spirituale. Niente lo scuote, nulla lo desta. Rimane imbalsamato nelle proprie ottuse convinzioni, servendosi di chiunque. 
E chi gode nell'essere considerato una vittima, chi non ha pace, l'egocentrico per antonomasia, non vogliono fare nulla per cambiare la propria condizione: è proprio la loro insaziabile e vorace infelicità a renderli felici. 


Sono sempre passata indenne da questa forma di egoismo mascherata da malattia chiamata "insoddisfazione" e mi ritengo davvero fortunata.
In molti mi hanno chiesto aiuto ed io ho sempre cercato di assistere chiunque avesse bisogno, con la cura e l'affetto che un percorso di questa importanza richiedono, senza perdere le speranze e senza abbandonare nessuno. Mi hanno chiesto di essere guidati, sostenuti, supportati, senza mai ascoltare tutto ciò che io avessi da dire.

Non ho fatto i conti con l'assioma del bambino: cercando di venire incontro alle esigenze "dell'egoista che non vuol cambiare" non ho fatto altro che aumentare il suo senso di disagio, giacché ha creduto di poter trovare sempre conforto e assistenza senza mai dare nulla in cambio. 

E' come se la loro coscienza mi tendesse la mano e la pigrizia dell'egoismo rifiutasse loro la possibilità della Felicità. 
La mia mano resta salda, tesa, ma loro non riescono comunque a raggiungerla.



Ho sbagliato e, in fondo, mi dispiace di più per chi non ha saputo approfittare dell'umanità per ritornare alla felicità, per chi non ha saputo utilizzare questo strumento di aiuto per cambiare vita. 

Forse a non tutti interessa provare ad essere felice. 



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